Recensione “Yes U”
Artista: Devastations
Voto: 9
Brani suggeriti: "Oh me, oh my", "Rosa", "The pest", "Mistakes"
Quante belle cose dall’Australia ultimamente… prima il nuovo disco degli Architecture in Helsinki, poi ecco qua il ritorno dei Devastations, trio di Melbourne che avevo conosciuto con il loro secondo album.
"Coal" (questo è il titolo di quell’album) mi era piaciuto molto, l’atmosfera e il feeling che i tre ragazzotti emanano mi piace parecchio, ed è decadente ma contemporaneamente energica e romantica.
Con "Yes U" Conrad e soci perfezionano la formula Devastations presentando un disco veramente interessante. "Black Ice" è il pezzo che apre le danze, calandoci subito in un’atmosfera decadente, sembra quasi di essere in una strada buia, con la nebbia che ci avvolge.

Una nota di basso ripetuta all’estremo è l’inizio di "Oh me, Oh my", probabilmente il pezzo più riuscito del disco. Sette minuti e passa di disperazione mista a speranza, avvolta in delle lunghissime e soffici note di sintetizzatore. Una canzone d’amore, non la solita canzone d’amore.
Oltre ad essere secondo me il pezzo migliore del disco, è anche il primo di tre brani che (sempre secondo me) formano il fulcro di tutto l’album. Il secondo è "Rosa", che si caratterizza dal martellamento ritmico di 3 note di basso e batteria ripetute sistematicamente per tutto il pezzo, che vaga sempre in questi scenari desolati ma dove adesso c’è spazio per lo sfogo, esternato sotto forma di assordanti note distorte di chitarra.
Il trittico viene chiuso da "The Pest", un altro di quei pezzi introspettivi che, seduti nella calma della vostra camera, vi faranno correre un lieve brivido dentro le viscere.
"I always knew what I was doing, I knew every face in the room" e "Things will be different from now". Ancora una volta la speranza tenta di sopravvivere.
"As sparks fly upwards" rappresenta uno dei momenti più eterei del disco, un’atmosfera sognante per un pezzo che è quasi strumentale e, oserei dire, quasi psichedelico.
L’atmosfera cambia completamente con "Mistakes", praticamente il singolo del disco. Un giro di basso di quelli tosti aprono il pezzo, che presenta poi un vero hit-chorus: il momento più pop di tutto il disco.
Dopo la parentesi easy arriva "Face of love", l’episodio che ho apprezzato di meno di tutto l’album, e a seguire "An avalanche of stars", anch’esso secondo me minore come tenore rispetto alla media del resto del CD.
I due ultimi brani ridanno invece lustro a questo splendido lavoro: "Saddest sound" è un pezzo cupo e che si classificherebbe come "pezzo triste" (vedi anche il titolo), un po’ come forse tutto il disco. E sul quale invece lo stesso Conrad dice che "l’argomento predominante è la speranza, e rispecchia il fatto di essere innamorati – non senza amore".
"Misericordia" è un brano strumentale e struggente per sola tastiera (sembra quasi un clavicembalo) che chiude questo splendido lavoro dei Devastations, un disco che da molto in termini di sensazioni.
Sensazioni che spero di avere anche il 21 ottobre, quando i nostri tre suoneranno a Milano presso la Casa139.
Ci si vede la.


